ashuchan
01 November 2009 @ 12:50 am
 
 
Current Location: corridoio
Current Mood: loved
Current Music: laughters of my best friends
 
 

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ashuchan
30 October 2009 @ 01:42 am

<<Kill me.>> he said. <<Kill me>> he prayed, kneeling down with half breath. <<Kill me, kill me...>> he wishpered <<Death will be the gratest gift of my entire life.>>
<<You will left 'em alone...>>
<<I know, I know, I know...>> he muttered a thousand times <<But my soul had left this body so many years ago that I've already abandoned 'em.>>
<<Ok.>> I said.

Mi ha raccontato il suo primo ricordo con una riluttanza incredibile, come se gli avessi chiesto il modo in cui si masturbava. O qualcosa del genere.
Con l'indice guantato sospinse gli occhiali che gli erano scivolati lungo il naso da poco sbendato.
<<Il mio primo ricordo>> incominciò <<è mio padre che mi strilla di stare fermo, e mi chiama nasone.>>
C'era una quantità abnorme di documenti su suo padre, sulla sua intera famiglia, come se le fotografie e i video fatti in casa potessero soppiantare quella realtà che invece svelavano.
Non sorride spesso in quelle foto. Non con gli occhi, almeno. Sembrava quasi che qualcuno gli avesse appiccicato una bocca sopra la sua, rigirando il broncio e trasformandolo in uno smagliante sorriso di circostanza.
La plastica al naso peggiorò quell'impressione: le sembianze di una pelle fatta di plastica e di qualcosa ultraterreno venneroaggravate.
A volte sembrava un alieno anche a me, a me che lo amavo così tanto.
Sua sorella era forse l'unica ad averlo mai capito davvero. Sebbene fosse nata dopo di lui si comportava come se fosse la sorella maggiore: lui era troppo fragile, troppo diverso, troppo sensibile per combattere le proprie battaglie.
Il giorno del suo funerale mi ha ringraziato. Credo che lo sappia, immagino che anche se non a parole glielo avesse detto, in qualche modo.
Le ha comunicato che se ne sarebbe andato. O che era già partito. Credo che le fosse bastato uno sguardo per saperlo.
La prima volta li ho incontrati insieme. Lei parlava con un gruppo di miei amici, lui era nascosto dietro la porta del bagno, osservando il tutto con occhi vigili dal piccolo spiraglio lasciato dalla porta aperta.
Come se si nascondesse da noi. Come se volesse partecipare ma non potesse.
<<Non potevo, infatti. Non capisci? Io ero nasone, lei era quella bella, lei era una donna. Lei vi avrebbe abbagliati e io sarei stato una sagoma scura che si muove dietro un flash insistente. Ed ero nasone, nasone, nasone.>>
Avrei voluto che non avesse mai ascoltato una parola, niente, di quello che usciva dalla bocca di suo padre.
Lo invitai ad uscire dal cesso, solo me e lui e lui mi portò nella loro cucina preparandomi un tè.
Non so perché lo fece: era una sua abitudine bere il tè, presa durante qualche anno che aveva passato in Inghilterra nella sua infanzia.
Quando sua sorella ci trovò in silenzio a sorseggiare dalle tazze ordinarie la bevanda calda sembrava più incredula che contenta di vedere il fratello fuori dal bagno.
<<Per lui il tè aveva un significato rituale. Non era una cortesia per gli ospiti, era più anche di una semplice abitudine... il tè lo portava ad un livello superiore da questa vita, lo rendeva pari agli altri perché... per prepararlo doveva concentrarsi su questa vita e non...>> me l'ha detto oggi, poi è scoppiata di nuovo in lacrime.
Oggi era il giorno del suo funerale.
Vorrei ricordarmi altre cose, vorrei poter scrivere la sua vita come se gli fossi sempre stato accanto, fedele testimone della sua esistenza.
Ma non è così.
Mi consideravo un buon amico per lui, una cara persona, il suo medico curante, ma nulla più.
Ora che ci penso, credo di sapere perché abbia chiesto a me di ucciderlo. Prima di tutto potevo farlo. E l'avrei fatto per lui.
Ora so che lo sapeva, so benissimo che sapeva cosa provavo in realtà per lui.
Questa strana forma d'amore che mi ha intristito il cuore alla sua dipartita e me l'ha rasserenato con un sollievo inaspettato, come se la sua sofferenza si fosse appoggiata a me lieve, delicata, silenziosa, senza che me ne accorgessi. Quella malinconia che lo deprimeva ogni giorno è stata sconfitta dalla morte con il sollievo di entrambi.
E di tutti quelli a cui lui aveva permesso di avvicinarglisi.
Scommetto che molte delle lacrime di oggi nascevano da questa sensazione liberatoria, così simile a quello che deve aver provato lui in punto di morte che ce l'ha fatto sentire ancora più vicino.
Paradossale. E tipico di lui. Allontanarsi per rendesi più nitido, per lasciarsi mettere a fuoco e per metterci a fuoco.
Ma era da troppo che la sua luce abbagliava noi, le nostre ombre per lui si erano rese troppo confuse.
La distanza era cresciuta troppo.
Il giorno in cui mi sono laureato in medicina si è strappato il braccialetto in acciaio chirurgico che attestava la sua allergia grave alla penicillina.
<<Ricordatelo>> mi ha detto <<Per favore>> ha imploranto.
E quel giorno quando mi ha chiesto di ucciderlo... lo sapevo. L'avevo capito. Mentre il mio ago trasferiva in lui un medicinale che guarì milioni di persone ma che uccise lui, lui mi h chiesto scusa.
<<Scusa>> prima di scivolare dal letto, inginocchiandosi nuovamente a terra grottescamente, come se stesse chiedendo nuovamente ammenda per dei peccati che sapevo non aveva mai commesso.
<<Scusa>> e non avevo bisogno di chiedergli per cosa. Me l'ha chiesto perchè sapeva di avermi sfruttato, di aver approfittato del mio amore per lui.
E mentre gli chiudevo gli occhi mentre anche le ultime contrazioni nervose sparivano mi sono sentito felice, perché nonostante non gli avessi mai confessato questo amore lui ne era cosciente. Mi aveva regalato i suoi ultimi istanti, l'unico vero momento che l'avrebbe reso uguale a tutti gli altri.
<<Ti amo>> ho sussurrato alla sua bara aperta prima di andarmene, sfiorando con un dito la curva plastica del suo naso freddo. <<Ti amo>>

 
 
Current Mood: creative
 
 
ashuchan
30 October 2009 @ 12:17 am
( . ) ( . )




non sembrano due tette anche a voi? XD
 
 
Current Mood: happy
 
 
ashuchan
29 October 2009 @ 02:15 pm
Andare agli incontri dei volontari è un po' come andare dalla psicologa: quando esci il cuore ti sembra molto più leggero, il mondo smette di essere caotico e tutto assume la giusta prospettiva.
Sono uscita canticchiando sillabe senza senso, aggrappandomi ai pali davanti al policlinico e usandoli come perno per girare in tondo, attaccandomi a quello successivo per uscire sul piazzale.

Io amo il freddo della notte, il suo odore, le luci, il relativo silenzio.

E mentre sono lì ad assaporare il momento, si sentono delle voci.
Piccola punta di panico. Fisso la strada e tento di ignorarle.
Si aggiunge un rumore. Un rumore continuo di ruote che sfregano come... skateboard.
Alla fine mi decido a voltarmi ed eccoli lì: tre ragazzi sui roller, casco, felpa di pile e lucine ovunque.
Dal parco di fianco al policlinico arrivano altre persone vestite allo stesso modo e io non posso fare a meno di ridere.

È surreale. È tutto così meravigliosamente surreale: donne uomini e ragazzi che saltano in giro, controllano che la strada sia libera e riprendono a pattinare.

LOL.
 
 
Current Mood: high
 
 
ashuchan
04 October 2009 @ 08:33 pm
L'amore è un sentimento complicato.
Imprevedibile.
Non ti dice 'sto arrivando', ma ti coglie di sorpresa.
Certe volte, poi, proprio non arriva...
Così ad un certo punto è troppo tardi per imparare ad amare...ed anche a provarci, i gesti che dovrebbero essere spontanei e sinceri appaiono solo come una misera recita.
Negli occhi non si accende alcuna scintilla, il cuore resta freddo, l'anima nel profondo è indifferente.
Chi afferma di non essere capace di amare non è cattivo, non è un mostro...è semplicemente triste, e solo da troppo tempo, e anche quando dice che esserlo non gli pesa, dentro implora che qualcuno gli insegni, che qualcuno compia il miracolo.
Che qualcuno almeno un po' lo ami, e di poter ricambiare...di poterci riuscire.
Persino soffrire, piuttosto che non provare nulla!


In un paese d'estate (parte V) - di Unmei, archivio fanfiction e original YSAL


Unmei, grazie <3
 
 
Current Mood: calm
 
 
ashuchan
17 September 2009 @ 03:10 am
...  
Sono quasi le tre di notte, e sto piangendo.
E ascolto Tiziano Ferro come una qualunque bimbo minchia.
Piango perchè mi sento sola, perché intorno a me vedo solo... amore.


E io che sono ancora ferma qua, a chiedermi se mai io sarò in grado di amare altre persone a parte... quelle che ho lasciato indietro.

E mi dispiace di saltare su a volte, ma non capisci, davvero non capisci, che è una reazione che nasce come le onde del mare?
Mi ritraggo, cerco di scappare, e poi trabocca, si trasforma in quell'onda d'odio inutile e ripetitivo perché...
perché...

E nego il negabile
Vivo il possibile
Curo il ricordo
E mi scordo di me
E perdo il momento
Sperando che solo perdendo quel tanto
Tu resti con me


queste sono le uniche parole che riescono a spiegare quello che è successo tra noi.
Se avessi detto sì... non saremmo ancora qui.
E io non potrei avere quel poco che ho.

Mi aggrappo alla speranza che il sole splenda sopra questa pioggia fine e insistente, ma l'acqua sta allentando la presa... il mondo si sgretola e io sono ancora sull'orlo di quel burrone. Solo che adesso lo so, lo vedo, e ne ho il terrore.
 
 
Current Location: letto
Current Mood: crappy
Current Music: Il sole esiste per tutti - Tiziano ferro
 
 
ashuchan
31 August 2009 @ 10:53 pm
...  
L'abbraccio della bimba, profumato di Platinum Egoiste e pesca.
L'abbracci di nari, così grande e confortevole.
Quelli del rospo che ci sono stati, ma le sue mani erano sempre impegnate in altro – e no, se avesse stoccacciato sarebbe andato bene lo stesso, di solito giocava a qualcosa.
Gli abbracci caldi di mocchan, ma che nel fondo senti sempre che “non sono adatta a fare queste cose, non sono coccolosa e e e...”.
Gli abbracci di Luca, così sottile che gli sentivi il cuore.
Quelli della mamma, che lo sai sta pensando “sei troppo grande”, quelli di tua sorella “oddiocheschifoaiuto” ma che si sforza di rimanere lì.
Quelli del papà che sanno sempre un po' di legno e sudore, ma che sono brevi come pacche sulle spalle.
Quelli di spina che pensa solo alle tette.

Io lo so. L'ho sempre saputo quello che pensate e capisco. Si sente nella minima angolazione, nel modo in cui muovete le mani sulla mia schiena, dal modo in cui appoggiate o no il mento sulle mie spalle,

Il Val aveva un gran bel modo di abbracciarmi. Sgtringeva tanto, mancava quasi il fiato ed eri per forza costretta a fermarti a stare lì, solo in quel momento, con tutto -anima, cuore, corpo, mente.

Ma ora il Val come tanta altra gente se n'è andata e, beh, per citare Katina “OMMIODIO SONO UN MOSTRO”.

Qualcuno mi dia una grassa e consolante psicoterapeuta nera con una scatola di kleenex, possibilmente di Titti e un enrome, solido presente abbraccio.
Così colmo d'amore da farti sentire in colpa.
Così forte che ti toglie il fiato.
Intenso e breve, e che non appena le braccia abbandonano la presa ti si allarga un sorriso sulle labbra.

Ho bisogno d'affetto, e non so più come chiedervelo.
Ho bisogno di voi, per non scoprire in punto di morte di non aver vissuto.
Venite con me
Basta che mi ascoltiate
Non lasciatemi solo...
 
 
Current Mood: crappy
 
 

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ashuchan
21 August 2009 @ 12:44 pm
Lu stava mangiando una gelatina alla frutta quando Carl tornò a fargli visita.
-Ehi, ciao! Pensavo tornassi nel pomeriggio. Non ha capito come mai le infermiere ti lascino passare, così.- un boccone rosso e molliccio sparì nella bocca di Lu.
-Sai, l’infermiera, quella carina…-
-Quella che hai scioccato?
-Trovi la scioccata carina?- Carl rimase allibito dai gusti nell’altro sesso di Lu –Ma è cessa! Non è lei, comunque, te la farò vedere; lei ha un fratello gay.- Carl ammiccò, sottintendendo che l’avere un fratello gay significava per forza sostenere al causa gay. –Sono qui perché ho preso una settimana di ferie, con la promessa di Riccardo di prenderne una seconda se ce ne dovesse essere il bisogno.-
-Non dovevi… sono le tue ferie, le vuoi passare con un paralitico?-
-Ne avevo due dall’anno scorso. Tutto l’affare della Bosch mi ha inchiodato alla scrivania.-
-Sì, ma non avresti comunque dovuto…-
-Beh, posso sempre tornare in ufficio.-
-No.- Carl rise –No, cioè...- Lu avrebbe voluto alzarsi, abbracciarlo, stringerselo contro e ringraziarlo adeguatamente, ma… gli fece un cenno, ma Carlo non afferrò il messaggio e lo guardò con aria interrogativa.
-Oh, vuoi venire qui?-
-Sì, sì! Che c’è?-
Appena fu a portata di braccio Lu lo afferrò per la vita, costringendolo a chinarsi verso di lui con prepotenza. –Gra – zie.- intervallò le due sillabe con un bacio.
-Prego. Se il ringraziamento che ottengo è questo, farò molte cose di cui essere meritevole.-
-Si prospetta una settimana interessante…-
Si baciarono di nuovo, come die bambini che hanno scoperto un nuovo gioco e lo ripetono all’infinito.
-ODDIO!-
-Mamma!- Carl si staccò dalle labbra di Lu con una velocità spaventosa, mentre Lu identificava sua madre nella signora ultrasessantenne che si affacciava sulla soglia.
-Ciao mamma.- la salutò nervosamente.
-Tesoro, come stai?-
-Paradossalmente bene. Anzi: paraplegicamente bene. Sono solo le botte che mi fanno male quando mi muovo. Quella parte di me che riesco a muovere.-
Carl ebbe l’istinto di tirargli un ceffone, e la madre di Lu scoppiò in lacrime.
-Ehi ma… va tutto bene…-
-Non farmi coraggio Luigi! Sai cosa significa?-
-Sì, che non rimorchierò più come prima.-
il ceffone arrivò, ma da sua madre. Se ne pentì nell'istante successivo e le venne in mente che non l'aveva mai picchiato. Non lei.
-Luigi...- farfugliò sommessamente, lui non le rispose. Non si guardarono per lunghi minuti, nei quali Carlo non sapeva che fare.
-Luigi, scusami.-
-Ho quasi trentun'anni e tu mi tiri uno schiaffo?-
-Stavi delirando.-
-Non sono isterico, mamma. Al massimo lo sei tu.-
-Lo so, scusami. Sono sconvolta. Sono sconvolta soprattutto dal fatto che sembra che non te ne importi.-
-Ah, tu sei sconvolta. E io che dovrei essere che per una stupida caduta sono paralizzato?-
-Mi dispiace... c'è qualcosa che posso fare per farmi perdonare?-
-Esci un secondo, va a prendere un po' d'acqua.-
La donna si allontanò dopo una lunga e significativa occhiata ad entrambi.
-Tua madre è...-
-La regina del melodramma?-
-Avrei detto spaventosa, ma sì, anche la tua definizione mi sembra appropriata. Mi sorprende che tu non sia un travestito, un trans, o una checca senza speranze.-
-Ho avuto un periodo.-
-Voglio vedere le foto!-
-Ogni singolo carnevale della mia esistenza. È un discorso importante, ma dobbiamo farlo in fretta.-
-Ok, vado a casa , pranzo e torno. Ce la farete a parlare, no?-
-No, dicevo, me e te.-
-Oh.-
-Ecco, non le ho mai presentato un uomo, sai com'è: non erano altro che scopate, o amici, ma non erano gente che valesse la pena di presentarla e di turbarla.-
-Sì, lo so.-
-Però sa che sono gay, cioè, io... non so come presentarti. Non sei il mio ragazzo, sei tropo vecchio.-
-Ehi!- Carl gli diede un piccolo buffetto sul braccio (peloso), ma non ritirò la mano, lasciandola l, godendosi il calore ruvido dell'avambraccio di Lu.
-Vedi, è questo. Non so nemmeno s tu sei il mio compagno, se abbiamo qualche impegno l'uno nei confronti dell'altro.-
-Lo vorresti?-
-Non lo so, non è una decisione facile. Non so se posso volerlo.-
-Oh, se lo vuoi lo vuoi, che tu possa camminare o meno.-
-Non posso obbligarti.-
-No, è vero. Ma non mi stai obbligando.-
-Mi sembra compassione.-
-Se fosse successo dopo il nostro incontro, invece che prima, credi che sarebbe diverso?-
-No. Ci conosciamo troppo poco.-
Rimasero in silenzio, finché esattamente cinque minuti d'orologio dopo la madre di Lu non rientrò. -Tesoro, scusami.-
-Non ti preoccupare mamma. Ti ho detto di essere gay ma non ci hai mai dovuto fare i conti davvero, e sono diventato quello che non ti saresti mai aspettata. Comunque- il ragazzo afferrò la mano di Carl che aveva sul braccio e lo tirò verso di sé -questo giovane fanciullo di ventotto anni , impeigato nell'ufficio di traduzioni e brevetti più esclusivo della città non è, ancora, formalmente niente. Ci siamo conosciuti un mese e mezzo prima dell'incidente. Abbiamo parlato e straparlato, ma... ecco, sì, lascia stare.-
La donna roteò gli occhi al cielo, e Carl ne approfittò per baciare Lu di sfuggita.
-Si può sapere che ti dice la testa?-
-Non so, è da un po' che non la sento. Mi ha detto di essere andata a comprare le sigarette e non è più tornata.- i due ragazzi si scambiarono un'occhiata complice. -Lasciamo stare?-
-C'è altra soluzione?- gli rispose sua madre, rassegnata.
 
 
Current Mood: sleepy
 
 
ashuchan
11 August 2009 @ 01:50 pm
Ebbene sì. Il mondo dei miei sogni è vasto e infinito da raggiungere persino il down under più immaginifico della storia della fase rem.

Ricordo solo l’ambientazione e pochi altri dettagli: i paesaggi verdeggianti, i rumori della foresta, la capanna dove alloggiavo con altre tre persone – madre, padre e figlio biondo e tondo a carico.
Il bambino assomigliava in modo inquietante a quello della ninfa di quel sogno che ho battezzato “I cacciatori di perle”. Anche l’intero scenario di Australia sembrava essere un copia incolla, ma se “ne “i cacciatori” per entrare nella foresta si doveva accedere per una comunissima porta bianca e si aveva la straniante sensazione di essere in una stanza –enorme, altissima, umida ma pur sempre un luogo limitato di cui non sei in grado di vederne i limiti- in “Australia” c’erano verdi pareti di liane, piante che si arrampicavano su fianchi di montagne di cui mai nessun uomo avrebbe visto la vetta.

Sarebbe inutile provare a spiegare a parole quelle immagini e la sensazione di potenza che ne scaturiva. Potenza nel senso di essere in potenza, di nascente possibilità di essere o non essere, sì o no, in un futuro così enorme da poter essere sempre perfetto qualsiasi decisione o chiunque si decida di essere.
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ashuchan
09 August 2009 @ 02:40 pm
Ho deciso di prendermi una giornata di pausa, arbitrariamente.
Ho deciso nonostante il test di ammissione. Ho deciso nonostante tutto che ho bisogno di una pausa, di distrarmi dal caldo e di fare qualcosa di creativo e non di costruttivo.
Ho deciso perchè ne ho bisogno. Ma sopratutto ho bisogno di non pensare seguendo certi binari prestabilita dal mio metodo d'apprendimento (peraltro completamente inadeguato a sostenere uan prova così nozionistica e vasta, su argomenti dei quali non ho mai sentito parlare).
Devo andare a Cesena.
Probabilmente andrò sola, devo anche abituarmi all'idea.

Altro sogno stanotte, ma meno stravagante di quello dell'altra notte.
Il mio cervello deve aver elaborato quelle strane immagini ad un'ora imprecisata tra le 5.38 del mattino -ora in cui mi sono svegliata e ho preparato il futon per dormire di sotto- e le 10.30, ora del risveglio della mia coscienza.
È partito da un'immagine della notte prima, in cui mi sono rinfilata un vecchio vestito che ho messo una sola volta per provarlo con una gonna appena comprata. Nella realtà lo specchio mi rifletteva con accanto mia madre, nel sogno lei non c'era, né intorno, né nello specchio accanto a me.
Ma chi c'era nella realtà del sogno erano Luca, la Bimba e la Quarta Figura, alias L'Ombra, alias Colui-che-non-sai-chi-sia-ma-c'è.
E con il mio vestito indossato una sola volta e la gonna nuova mi infilavo in camera mia per poi uscirne con un abito che Lestat avrebbe certamente apprezzato per l'estetica decadente e per l'espressione dello status che ogni stoffa di cui era composto -damasco viola e nero, velluto, seta- urlava. Un messaggio forte e chiaro: “Io sono meglio, meglio di tutto, io sono la suprema pietra di paragone contro chiunque perderebbe, persino Gesù Cristo tuo Signore.”
Avevo i capelli pettinati all'indietro, come un vecchio damerino degli anni '50 che si è fatto bello per impressionare i genitori della ragazza che sta per portare al ballo -e poi sbattersi nel motel più vicino ed insieme economico che abbia trovato-, le labbra di un rosso rossetto innaturalmente opaco, la pelle così bianca e così priva di imperfezioni che è il sogno di ogni estetista.
Nello specchio sorrido soddisfatta, e noto con orgoglio che i miei canini sono innaturalmente sviluppati. Qualcuno tra i tre figuranti alle mie spalle mi sistema la cravatta, portandomi così vicino alla perfezione che guardarmi è fastidioso.
Non è il mio corpo o il mio viso o il mio essere lì, ma il mio essere vestita in quel modo e il sapere esprimere quello che mi sussurrano i vestiti a rendermi così superiore rispetto agli altri. È il mio riuscire a riflettere ciò che indosso e a renderlo più intellegibile agli altri che mi rende Il Meglio.
Ci spostiamo in salotto, in cui la Bimba amoreggia con Luca mentre io distribuisco le carte -e noto che come ci si dovrebbe aspettare da un vampiro che anche le mie unghie hanno subito una qualche trasformazione che le rende più- e guardo l'Ombra.
"Non vogliamo certo essere inferiori a loro"
E mi chino a baciarla, sovrastando la sua figura seduta al tavolo da pranzo del mio soggiorno. E quando mi stacco le sue labbra sono tinte dalle mie e dal suo sangue, e riconosco il suo viso.


A questo punto credo di essermi svegliata, girata nel letto -poggiando la testa dove prima stavano i miei piedi e i piedi dove c'era la testa e aver ripreso a dormire- senza sogni, fortunatamente.
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Current Music: Panguraratta - LocoRoco Red's Theme
 
 
ashuchan
06 August 2009 @ 11:36 am

Ho fatto un sogno strano. C'era una mongolferia al contrario qualcuno che prendeva il sole sulla curva blu del suo pallone.
Ero a parigi. O in una città che doveva assomigliarle molto per essere così. Cominciava con uno scambio di borse, qualcuno che aveva lasciato una borsa porta pc da mediaworld quando io ho comprato la mia; la borsa conteneva due mouse (di cui uno di dimensioni improponibili) e un mazzo di chiavi, con più porta chiavi (di plastica colorata e semitrasparente, a forma di polipetto) che chiavi. Mia zia (mia zia? O_o) mi dice che alla polizia hanno tutte le chiavi della città e una volta trovata la chiave uguale si poteva risalire al proprietario.

Questo è com'è cominciato, poi non si è capito come proseguiva.

Fortunatamente è un sogno.

Poi entravo in in negozio la cui insegna era nera con un profilo di orologio in bianco, tante tacche su una lunga linea orizzontale come una bizzarra linea del tempo e un numero, in rosso, 120.
Entravo senza le scarpe, pioveva troppo: le mie si erano sciolte.
Chiedevo se le vendevano, ovviamente la risposta è negativa; mi aggiro per il negozio: vendono di tutto, tutte cose sceme, portachiavi di metallo a forma di polipo (di nuovo! >_<) e un piccolo Stitch con una strana cuffia che lo fa sembrare un fiore. Vendono dvd, libri, credenze, piattaforme di gioco ma niente giochi... tanta roba, ma senza logica.
Mando un messaggio a Morena mentre sorseggio una lattina di coca zero; le scrivo che c'è un commesso figo che mi fissa, e per una volta sono contenta delle attenzioni di qualcun altro. Finita la mia lattina il suddetto commesso figo me ne porta un'altra, di coca normale, sorridendomi allegramente e scappando imbarazzato. Riferisco di nuovo la notizia a Morena con un nuovo messaggio.
E non so come dal negozio si passa ad un teatro dell'opera, o così sembra: il commesso figo mi viene presentato come Leonard, o non mi viene presentato affatto? So solo che si chiama così.
Finisco sul palco, trascinata da un'attrice bellissima e un po' brilla: i miei vestiti si impigliano nella stoffa che c'è dietro al sipario, un sipario leggero e bianco, ruvido, come se fosse garza.

“Maryanne!” qualcuno urla dal fondo della platea e lei non lo degna di risposta, cominciando a ballare intorno a me. Io le reggo il bicchiere di quello che è un vino paglierino e frizzante, che Maryanne mi ruba spesso dalle mani, ne beve un sorso e poi torna a ballare, lasciandolo a me.

Poi, tutto sparisce.

Non so come, di nuovo: mi sento un po' Dante che sviene. Ricordo che una ballerina di fila -che guardava le evoluzioni di Maryanne scuotendo la testa- mi ha delicatamente tolto il bichciere dalle mani dicendomi di uscire, ma non so che tragitto ho fatto per ritrovarmi nella hall, con il direttore che urla e manovali che montano uno schermo grande quanto tre uomini molto alti uno accanto all'altro.
Il direttore “Più veloci, forza, presto! Dev'essere tutto pronto per l'invito a teatro!” e i manovali grugniscono in risposta, facendo ben intendere che l'invito a teatro sarà pronto quando il lavoro sarà terminato, a tempo debito.
Cerco Maryanne, voglio chiederle che cos'è “l'invito a teatro”. Sempre senza sapere come, attivo ad una scala strettissima e ripida, sulla quale mi arrampico chiamando la ballerina, e una mano spunta da una porta beige, uguale a tante altre porte delle stesso colore che si aprono su un corridoio piastrellato di verde acqua.

“Maryanne è di là” mi dice la ballerina d fila che disapprovava la sua danza, passandosi una spugna tra i seni; l'acqua della doccia picchietta sulla sua cuffia da bagno color della porta, e io penso che mai nessuno dovrebbe vedere uno spettacolo tanto raccapricciante. Percorro il corridoio, incontro un'altra scala identica alla prima, mi arrampico di nuovo chiamando Maryanne, e finalmente lei mi apre la porta del suo bagno “Oh, mia cara” avvolge le sue membra in un morbido accappatoio rosa pallido, e si avvolge i capelli neri su degli enormi bigodini. Ed eccola lì, la mongolfiera. La vedo da lontano, al contario, e mi dico che è impossibile, dà un'occhiata a Maryanne che canticchia un motivetto mettendosi in posa i capelli, e quando guardo di nuovo fuori dalla finestra la mongolfiera è cos' vicina che posso contare i peli del naso a quello di fronte.
C'è la super checca del ventaglio, e quello che prende il sole nell'apposito sedile gonfiato d'aria calda è il mio bagnino di qualche anno fa (biondo, dall'aspetto pericoloso, la crema bianca sul naso), c'è un grasso uomo che mi dà le spalle.
Mi affaccio sulla porta, incredula, chiamo Morena che sale le scale, ma chi entra dalla porta è sua sorella Tiziana, seguita da Morena. Guardiamo la mongolfiera con interesse, ma sparisce in fretta, lasciandoci sole ad ammirare un paesaggio che sembra fatto al computer (come l'ultima scena di Harry Potter 6).
Scendiamo le scale, l'invito a teatro è pronto: sullo schermo c'è una scena trasmessa da una telecamera fissa sul palco; tre uomini che sembrano costretti nelle dimensioni dello schermo stanno recitando una qualche scena di genere: tutti e tre sono bianchi, ma truccati malamente con il lucido da scarpe per farli sembrare di colore, come un vecchio film dell'Otello
Distolgo lo sguardo, nauseata, e mi accorgo che nella vetrina del teatro c'è un pianoforte, e sopra il pianoforte un manichino (o un cadavere, non so) tutto vestito e truccato come si stava truccando Maryanne, che esce in quel momento dalle porte del teatro, con una folta parrucca di riccioli biondi che la fanno sembrare brutta e stupida.
Mi lancia un bacio, e me ne torno al bar.

Leonard serve a me e Morena un caffè, dicendoci che è molto felice: d'ora in poi non sarà più il tirapiedi di François (che sta preparando un altro caffè ad un enorme macchina da caffè) e potrà, finalmente, tirare degli scherzi ad Antoine infilandogli bugiardini nel capello.
Antoine sta nell'altro bancone a servire alcolici, ed è un ragazzo nero e calvo, che assomiglia incredibilmente a M.Adam, un mio personaggio con la Bimba.

“I bugiardini” spiega Leonard “sono dei piccoli bigliettini pieni di insulti”.

Poi suona la sveglia.

 
 
Current Location: soggiorno
Current Mood: busy
 
 
ashuchan
22 June 2009 @ 01:11 am

Si
può
sapere
chi
cazzo
sono?

 

 

Davvero perdonarlo sarebbe un altro passo verso me? Non voglio perdonarlo, odiarlo è una delle poche cose che mi è rimasta... che schifo...
 
 
ashuchan
07 June 2009 @ 09:05 pm

E ho chiesto scusa, e mi sono impegnata, e mi sto impegnando, correndo il più lontano da quella me prosciutto e melanzana, da quella parte di me che è la pietra dello scandalo, la prima causa incausata, Pandora e il suo vaso insieme.
Sto correndo, e corro, corro, corro, pregando che sia la volta buona, che non sia (di nuovo) fatica inutile perché nel bene o male, ogni cazzo di volta si è sempre ripassati dal via.

 

 

BRIGHT  LIGHTS


Cast your mind back to the days

When I’d pretend I was ok

I had so very much to say about my crazy living

Now that I’ve stared into the void

So many people I’ve annoyed

I have to find a middle way, a better way of giving

 

So I haven’t given up

But all my choices, my good luck

Appeared to go and get me stuck in an open prison

Now I am trying to break free

Be in a state of empathy

Find the true and inner me

 

Eradicate the schism

 

No-one can take it away from me

And no-one can tear it apart

Because a heart that hurts is a heart that works

A heart that hurt is a heart that works

 

A heart that hurts is a heart that works!!!

 

No-one can take it away from me

No-one can tear it apart.

It may be an elaborate fantasy but it’s the perfect place to start

 

Because a heart that hurts is a heart that works

A heart that hurts is a

 

heart that works!!!

 


 
 
Current Mood: confused
Current Music: Bright lights - Placebo
 
 
ashuchan
06 June 2009 @ 01:52 am
Meet me in outerspace
I will hold you close, If your afraid of heights
I need you to see this place, It might be the only way
That I can show you how, it feels to be inside of you
How do you it, make me feel like I do
How do you do it, its better than I ever knew
 
 
Current Mood: sleepy
Current Music: Black Heart Inertia - Incubus
 
 

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ashuchan
01 June 2009 @ 07:29 pm
... è che ho solo molta voglia di riverdelo, tutto qui.
 
 
ashuchan
29 May 2009 @ 01:29 am
A parte che non ho molta voglia di dormire, dovrei essere già a letto.
A parte che questa frase non ha senso, sono stanca e questa camera è un disastro.
Ho paura che se mi addormento ora non sarò più in grado di andare avanti. C’è qualcosa di sottilmente pesante in questi giorni di fine maggio, qualcosa di incredibilmente nostalgico.
Una sinestesia giornaliera. Faccio cose e vedo gente, sento il sapore di qualcosa che ho mangiato con gusto in passato, ma non me ne ricordo il nome.

Ho una dannata voglia di scrivere qualcosa di dannatamente buono, troppo buono perché possa venire ignorato. Qualcosa che soddisfi il mio ego scrittorio attuale.

ho bisogno di Marco. E lo so, sono così monotematica, ma marco è la mia via per tornare al di là di me. quell’Ashu che ha fatto innamorare tante persone, quella che so che posso essere senza uccidere chiunque intralci la mia strada. Quella che tira fuori le pistole al momento del bisogno, e non appena entra in una stanza.
Meno irritabile. Anche se sembra strano.
Marco è la porta di questo, il simbolo involontario di un cambiamento tanto auspicato quanto da celebrare quando arriva il suo momento. Devo solo chiedergli scusa, dopo può andare a farsi fottere. (Qualcosa nel mio cervello mi ha appena detto che “andare a farsi fottere” non sarebbe molto in linea con il mio cambiato me, per cui mi scuso per il refuso della mia vecchia personalità).
Non è un problema così schizofrenico, il punto è… il punto è… che non ci riesco più.
Mi sto antipatica. Mi irrito da me.
Voglio solo una coccola, di quelle belle vere, sentite anche da me e non solo da chi me le fa.
Che strane le incongruenze fra le volontà delle persone, sono confuse come le loro interpretazioni della realtà.
Buffo. Tu credi e quindi è vero. È sempre così.
Anche quando fai un incidente in macchina: pensavo girasse a sinistra.
Ciccia. Ho tirato dritto.
Pensavo stessi tenendo la bici. E invece mi sono rotta un piede quando credendo questo l’hai mollata.
Il punto è sempre quello. Posso, perché no? Voglio, è così rilevante se posso o meno? La mia morale è così rigida o posso piegarla? E se scoprissi di non averne –scoperta non necessariamente grave, dopotutto- se non ne avessi affatto, di quali enormi cose potrei scoprirmi capace?
È meglio sapere o non sapere?
L’ignoranza è forza, come sosteneva Orwell?
._. in need di discorsoni seri con gente nuova.
 
 
Current Mood: sleepy
 
 
ashuchan
24 May 2009 @ 02:24 pm
Sono così scema. Continuo a guardare quella stupida locandina alla ricerca di tracce di me, come se qualcosa io ti avessi lasciato, come se quello che è sucesso possa averti cambiato, in qualche modo.
Guardo quella stupida copertina e c'è una fragola e penso a me, te, Momo, Nana e poi c'è la Toshi.
La Toshi.
Dio solo sa, dio solo sa... dio solo sa che cosa? Nemmeno dio sa niente di questo stupido groviglio di rimorsi e rimpianti e di sostituzioni dell'ultimo'ora.
Quest'anno c'è la Toshi, l'anno prima Alex. E io come una stupida, che sempre cercavo di vedermi in qualcosa, qualcosa che fosse di più di una pausa pranzo.
Come una stupida attricetta che tenta di sfondare, ma rimane sempre dietro le quinte a portar l'acqua agli attori.
La cui unica funzione è essere il plauso immediato, il preludio all'approvazione sicura del pubblico, dopo la quale può anche venir dimenticata. Ecco. Proprio così.
 
 
Current Mood: crushed
 
 
ashuchan
22 May 2009 @ 03:51 pm

Incredibilmente senza nulla da fare. Aspetto la telefonata di Vincenzo, penso a cosa mettere nella borsa per la piscina e rifletto sulle pagine del quaderno che ho trovato.

Era un regalo della zia Rita, l’ho smembrato.

Quel natale il titolo mi era sembrato stranamente azzeccato; “love and friends” e presto ci sarebbero stati tutti. Casa mia invasa dal summit Modena-Torino, capodanno 2007/2008.

L’avevo messo da parte, con lo strano proposito da romanzo rosa di far scrivere qualcosa a ciascuno dei miei ospiti su quelle pagine; love and friends. Mi sembrava così appropriato.

Il proposito l’ho mantenuto e un anno dopo tutto questo mi sembra così assurdo, surreale e anche un po’ ironico.

Tragicomico.

In prima istanza fa ridere, ma se mi fermo a riflettere quel sorriso muore come si è spento tutto, da tempo.

Sarebbe difficile spiegare tutto quello che è cambiato in poche righe, probabilmente nemmeno le pagine di un romanzo potrebbero catturare quello che è successo.

È strano.

O forse no. Forse tutto quello che è passato, tutto l’amore improvviso e tutto l’odio che ne è seguito, le faide, le lacrime, i pettegolezzi, forse è questo quello che ti intendono quando ti dicono “crescerai”, con l’aria di chi la sa lunga.

Ma la surrealtà è il tema principale dello spin off gay di Dowson’s creek.



(voglio quel tatuaggio ç.ç”)

 
 
Current Mood: blah
Current Music: When you were young - The Killers
 
 
ashuchan
10 May 2009 @ 07:27 pm
"Il tempo per la lettura è sempre tempo rubato" (Pennac)
Anche quello rubato alla scrittura, a quanto sembra.


Capitolo finale )
 
 
Current Mood: busy
 
 
ashuchan
04 May 2009 @ 07:51 pm
Si addormentarono così, uno sull'altro. Carl si svegliò presto, con una calma inaspettata. Fortunatamente l'ufficio si trovava a poca distanza dall'ospedale. Osservò Lu da vicino: sotto l'abrasione cominciava a comparire l'ombra violetta di un livido. Carl si guardò intorno, controllando che non ci fossero infermiere e medici in giro e si chinò a baciare le labbra sottili di Lu.
-Buongiorno. Devo andare al lavoro.-
-Mh...- Lu provò a rigirarsi nel letto, ma non riuscì a far altro che un piccolo movimento col busto.
-Cazzo.- mormorò a mezza bocca.
-Andrà meglio.-
-Sì, certo, come no.-
Carlo roteò gli occhi, saltò giù dal letto e bloccò un'infermiera. Parlarono per qualche minuto, poi Carl si eclissò. Passarono cinque minuti prima che tornasse.
-Caffè e colazione a letto, più tardi però. Non c'è nemmeno lo zucchero o il latte perchè vogliono farti non so che prelievo per non so che cosa. Però è caffeina, anche se comunque fa schifo.-
-Bello.- Lu sorrise, allungando la mano verso il bicchierino di plastica.
-Non penso di riuscire a tornare in la pausa pranzo, ho alcune pratiche da sbrigare, ma vengo nel pomeriggio.
-Ok...- Lu bevve un lungo sorso, svuotando per metà il bicchiere. Sembrava svuotato anche lui, improvvisamente abbandonato dalla spavalderia della sera prima.
-Non ti chiederò come stai, mi sembra scemo.-
-Lo è. Me ne sto rendendo conto.-
Carl tornò a baciarlo, con una nuova premura quasi cameratesca.
-Mi sbrigo e torno. Fai tutto quello che ti dicono, ok?-
Lu annuì, notando divertito un'infermiera allibita.
-L'hai scioccata.-
-Se fa l'infermiera non dovrebbe sconvolgerla niente. Avrà visto gente vomitare sangue, arterie schizzare fino al soffitto...-
-Carlo, che schifo.-
-Ciao Lu. Vado a farre una doccia in ufficio poi al lavoro.-
-Ciao.-
Un altro bacio leggero, rapido e caldo, al sapor di caffè.


(forse sto scrivendo dannatamente troppo, ma è anche dannatamente divertente! <3)
 
 
Current Mood: calm
Current Music: Hate Me - Blue October