"Il tempo per la lettura è sempre tempo rubato" (Pennac)
Anche quello rubato alla scrittura, a quanto sembra.
Karl riconosce nel piccolo ragazzetto che gli sta davanti il giovane Heike, il suonatore di violino –ricorda- che gli hanno presentato pochi mesi prima dell’inizio del conflitto. Si domanda perché l’abbiano spedito in questo luogo: quel volto così ariano è davvero uno sporco ebreo? No, quegli occhi non conoscono la sudicia infamia semita, e quei capelli così fini e biondi non possono essere stati generati da nessuna vacca ebrea.
Quale crimine ha commesso?
Il dottore urla destra, che oggi significa camera a gas: l’esperienza l’insegna che i corpi così giovani e già così emaciati non sono adatti al lavoro; inoltre non gradisce l’aspetto femmineo e delicato del violinista, così urla “DESTRA!”
Heike si sposta nella lunga fila che si è creata e lì lo vede, Karl, impettito e avvolto dal lungo cappotto dell’esercito tedesco. Alla luce dei lampioni vede luccicare le medaglie e le spalline, alcuni degli alamari neri che aveva ammirato quella sera a cena sono coperti da qualche fiocco di neve. Ha freddo, vuole chiedere aiuto, ma non parla. Non crede di avere più saliva per farlo.
Karl e Heike si fissano a lungo sulla banchina della ferrovia, mentre gli altri deportati e gli altri soldati fanno quello che è stato ordinato loro di fare. Si fissano anche quando la colonna di destra comincia a muoversi verso il buio, verso la foresta, nella zona oscura delimitata dalla luce dei lampioni; Heike non si muove, gli altri gli sbattono contro. Un soldato gli urla di muoversi, ma non lo fa, e nemmeno Karl interviene: nessuno dei due sta sentendo altro che il silenzio dei loro sguardi. Poi Karl capisce, e allora dice ad Heike di fare un passo avanti, di lasciare andare gli altri: a quelle parole il dottore lo guarda come se fosse impazzito, un soldato semplice lo guarda con occhi accusatori e interrogativi, un comandante assume un cipiglio severo.
“Lo conosco.” dice Karl “Non è ebreo.”
Il dottore sorride, mellifluo “Ma certo, sappiamo cosa dobbiamo farne, vero? Verrà con me in infermieria, per me…”.
“Ho detto che lo conosco.” gli abbaia Karl, minaccioso “Lo conosco e non è quello il motivo.”
Heike piange senza singhiozzi: solo gocce salate che rotolano sulle guance arrossate dal gelo.
“Perché sei qui?” e la sua voce è calda, profonda, proprio come se la ricorda. Karl gli è si avvicinato con cautela, come se fosse un uccellino pronto a scappare ad un movimento troppo brusco.
“Ti ha fatto una domanda!” ringhia qualcuno dietro di lui, e Heike smette di piangere.
“Dimmelo. Non c’è motivo che tu stia qui, è un errore. Ne sono certo. Andrai a casa dimenticherai quest’orrore, andrai a casa e vivrai sereno, lontano da questi ebrei sudici. Sarai liberato, ma mi devi dire che è successo. La verità.”
E allora Heike tenta di deglutire, ma ha la gola troppo secca “Vivo con Niklaus” dice, e lo dice piano, solo Karl lo sente; il sussurro della sua voce portato via del vento è un garbuglio incomprensibile di parole per chi sta intorno a loro.
Karl fa un passo, ma tenta di nascondere l’orrore. Tenta di trovare una spiegazione, un motivo: non vuole uccidere questo ragazzo, ma sa bene che la camera a gas è meglio di quello che gli accadrebbe se seguisse il dottore. Potrebbe suonare per loro, ma non può uccidere l’attuale violinista: è un protetto del suo superiore.
Scruta gli occhi di Heike e appoggia con lentezza una mano alla cintura.
“È questo il motivo?”
“Sì, è questo.” perché l’ammetta, perché confessi e non rinneghi, perché, è un motivo che si è nascosto dentro al suo cuore: tornare indietro senza Klaus è impensabile, portarlo via con sé è chiaramente impossibile, vivere neppure: l’odore di carne bruciata si è intanto materializzato intorno a loro, e si acuisce con lo spirare del vento.
“Sì, è questa la ragione.”
Quello che uccide Heike è solo uno sparo, un colpo solo, un proiettile e un po’ di polvere da sparo. E quella sfumatura rosa che ha la neve, Karl non sa bene se sia il sangue di Heike a colorarla o il suo cervello.
“Pulisci.” ordina al soldato che lo fissa ancora stupefatto “Pulisci, ho detto.”
Anche quello rubato alla scrittura, a quanto sembra.
Karl riconosce nel piccolo ragazzetto che gli sta davanti il giovane Heike, il suonatore di violino –ricorda- che gli hanno presentato pochi mesi prima dell’inizio del conflitto. Si domanda perché l’abbiano spedito in questo luogo: quel volto così ariano è davvero uno sporco ebreo? No, quegli occhi non conoscono la sudicia infamia semita, e quei capelli così fini e biondi non possono essere stati generati da nessuna vacca ebrea.
Quale crimine ha commesso?
Il dottore urla destra, che oggi significa camera a gas: l’esperienza l’insegna che i corpi così giovani e già così emaciati non sono adatti al lavoro; inoltre non gradisce l’aspetto femmineo e delicato del violinista, così urla “DESTRA!”
Heike si sposta nella lunga fila che si è creata e lì lo vede, Karl, impettito e avvolto dal lungo cappotto dell’esercito tedesco. Alla luce dei lampioni vede luccicare le medaglie e le spalline, alcuni degli alamari neri che aveva ammirato quella sera a cena sono coperti da qualche fiocco di neve. Ha freddo, vuole chiedere aiuto, ma non parla. Non crede di avere più saliva per farlo.
Karl e Heike si fissano a lungo sulla banchina della ferrovia, mentre gli altri deportati e gli altri soldati fanno quello che è stato ordinato loro di fare. Si fissano anche quando la colonna di destra comincia a muoversi verso il buio, verso la foresta, nella zona oscura delimitata dalla luce dei lampioni; Heike non si muove, gli altri gli sbattono contro. Un soldato gli urla di muoversi, ma non lo fa, e nemmeno Karl interviene: nessuno dei due sta sentendo altro che il silenzio dei loro sguardi. Poi Karl capisce, e allora dice ad Heike di fare un passo avanti, di lasciare andare gli altri: a quelle parole il dottore lo guarda come se fosse impazzito, un soldato semplice lo guarda con occhi accusatori e interrogativi, un comandante assume un cipiglio severo.
“Lo conosco.” dice Karl “Non è ebreo.”
Il dottore sorride, mellifluo “Ma certo, sappiamo cosa dobbiamo farne, vero? Verrà con me in infermieria, per me…”.
“Ho detto che lo conosco.” gli abbaia Karl, minaccioso “Lo conosco e non è quello il motivo.”
Heike piange senza singhiozzi: solo gocce salate che rotolano sulle guance arrossate dal gelo.
“Perché sei qui?” e la sua voce è calda, profonda, proprio come se la ricorda. Karl gli è si avvicinato con cautela, come se fosse un uccellino pronto a scappare ad un movimento troppo brusco.
“Ti ha fatto una domanda!” ringhia qualcuno dietro di lui, e Heike smette di piangere.
“Dimmelo. Non c’è motivo che tu stia qui, è un errore. Ne sono certo. Andrai a casa dimenticherai quest’orrore, andrai a casa e vivrai sereno, lontano da questi ebrei sudici. Sarai liberato, ma mi devi dire che è successo. La verità.”
E allora Heike tenta di deglutire, ma ha la gola troppo secca “Vivo con Niklaus” dice, e lo dice piano, solo Karl lo sente; il sussurro della sua voce portato via del vento è un garbuglio incomprensibile di parole per chi sta intorno a loro.
Karl fa un passo, ma tenta di nascondere l’orrore. Tenta di trovare una spiegazione, un motivo: non vuole uccidere questo ragazzo, ma sa bene che la camera a gas è meglio di quello che gli accadrebbe se seguisse il dottore. Potrebbe suonare per loro, ma non può uccidere l’attuale violinista: è un protetto del suo superiore.
Scruta gli occhi di Heike e appoggia con lentezza una mano alla cintura.
“È questo il motivo?”
“Sì, è questo.” perché l’ammetta, perché confessi e non rinneghi, perché, è un motivo che si è nascosto dentro al suo cuore: tornare indietro senza Klaus è impensabile, portarlo via con sé è chiaramente impossibile, vivere neppure: l’odore di carne bruciata si è intanto materializzato intorno a loro, e si acuisce con lo spirare del vento.
“Sì, è questa la ragione.”
Quello che uccide Heike è solo uno sparo, un colpo solo, un proiettile e un po’ di polvere da sparo. E quella sfumatura rosa che ha la neve, Karl non sa bene se sia il sangue di Heike a colorarla o il suo cervello.
“Pulisci.” ordina al soldato che lo fissa ancora stupefatto “Pulisci, ho detto.”
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