A parte che non ho molta voglia di dormire, dovrei essere già a letto.
A parte che questa frase non ha senso, sono stanca e questa camera è un disastro.
Ho paura che se mi addormento ora non sarò più in grado di andare avanti. C’è qualcosa di sottilmente pesante in questi giorni di fine maggio, qualcosa di incredibilmente nostalgico.
Una sinestesia giornaliera. Faccio cose e vedo gente, sento il sapore di qualcosa che ho mangiato con gusto in passato, ma non me ne ricordo il nome.
Ho una dannata voglia di scrivere qualcosa di dannatamente buono, troppo buono perché possa venire ignorato. Qualcosa che soddisfi il mio ego scrittorio attuale.
ho bisogno di Marco. E lo so, sono così monotematica, ma marco è la mia via per tornare al di là di me. quell’Ashu che ha fatto innamorare tante persone, quella che so che posso essere senza uccidere chiunque intralci la mia strada. Quella che tira fuori le pistole al momento del bisogno, e non appena entra in una stanza.
Meno irritabile. Anche se sembra strano.
Marco è la porta di questo, il simbolo involontario di un cambiamento tanto auspicato quanto da celebrare quando arriva il suo momento. Devo solo chiedergli scusa, dopo può andare a farsi fottere. (Qualcosa nel mio cervello mi ha appena detto che “andare a farsi fottere” non sarebbe molto in linea con il mio cambiato me, per cui mi scuso per il refuso della mia vecchia personalità).
Non è un problema così schizofrenico, il punto è… il punto è… che non ci riesco più.
Mi sto antipatica. Mi irrito da me.
Voglio solo una coccola, di quelle belle vere, sentite anche da me e non solo da chi me le fa.
Che strane le incongruenze fra le volontà delle persone, sono confuse come le loro interpretazioni della realtà.
Buffo. Tu credi e quindi è vero. È sempre così.
Anche quando fai un incidente in macchina: pensavo girasse a sinistra.
Ciccia. Ho tirato dritto.
Pensavo stessi tenendo la bici. E invece mi sono rotta un piede quando credendo questo l’hai mollata.
Il punto è sempre quello. Posso, perché no? Voglio, è così rilevante se posso o meno? La mia morale è così rigida o posso piegarla? E se scoprissi di non averne –scoperta non necessariamente grave, dopotutto- se non ne avessi affatto, di quali enormi cose potrei scoprirmi capace?
È meglio sapere o non sapere?
L’ignoranza è forza, come sosteneva Orwell?
._. in need di discorsoni seri con gente nuova.
A parte che questa frase non ha senso, sono stanca e questa camera è un disastro.
Ho paura che se mi addormento ora non sarò più in grado di andare avanti. C’è qualcosa di sottilmente pesante in questi giorni di fine maggio, qualcosa di incredibilmente nostalgico.
Una sinestesia giornaliera. Faccio cose e vedo gente, sento il sapore di qualcosa che ho mangiato con gusto in passato, ma non me ne ricordo il nome.
Ho una dannata voglia di scrivere qualcosa di dannatamente buono, troppo buono perché possa venire ignorato. Qualcosa che soddisfi il mio ego scrittorio attuale.
ho bisogno di Marco. E lo so, sono così monotematica, ma marco è la mia via per tornare al di là di me. quell’Ashu che ha fatto innamorare tante persone, quella che so che posso essere senza uccidere chiunque intralci la mia strada. Quella che tira fuori le pistole al momento del bisogno, e non appena entra in una stanza.
Meno irritabile. Anche se sembra strano.
Marco è la porta di questo, il simbolo involontario di un cambiamento tanto auspicato quanto da celebrare quando arriva il suo momento. Devo solo chiedergli scusa, dopo può andare a farsi fottere. (Qualcosa nel mio cervello mi ha appena detto che “andare a farsi fottere” non sarebbe molto in linea con il mio cambiato me, per cui mi scuso per il refuso della mia vecchia personalità).
Non è un problema così schizofrenico, il punto è… il punto è… che non ci riesco più.
Mi sto antipatica. Mi irrito da me.
Voglio solo una coccola, di quelle belle vere, sentite anche da me e non solo da chi me le fa.
Che strane le incongruenze fra le volontà delle persone, sono confuse come le loro interpretazioni della realtà.
Buffo. Tu credi e quindi è vero. È sempre così.
Anche quando fai un incidente in macchina: pensavo girasse a sinistra.
Ciccia. Ho tirato dritto.
Pensavo stessi tenendo la bici. E invece mi sono rotta un piede quando credendo questo l’hai mollata.
Il punto è sempre quello. Posso, perché no? Voglio, è così rilevante se posso o meno? La mia morale è così rigida o posso piegarla? E se scoprissi di non averne –scoperta non necessariamente grave, dopotutto- se non ne avessi affatto, di quali enormi cose potrei scoprirmi capace?
È meglio sapere o non sapere?
L’ignoranza è forza, come sosteneva Orwell?
._. in need di discorsoni seri con gente nuova.
Current Mood:
sleepy
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