<<Kill me.>> he said. <<Kill me>> he prayed, kneeling down with half breath. <<Kill me, kill me...>> he wishpered <<Death will be the gratest gift of my entire life.>>
<<You will left 'em alone...>>
<<I know, I know, I know...>> he muttered a thousand times <<But my soul had left this body so many years ago that I've already abandoned 'em.>>
<<Ok.>> I said.
Mi ha raccontato il suo primo ricordo con una riluttanza incredibile, come se gli avessi chiesto il modo in cui si masturbava. O qualcosa del genere.
Con l'indice guantato sospinse gli occhiali che gli erano scivolati lungo il naso da poco sbendato.
<<Il mio primo ricordo>> incominciò <<è mio padre che mi strilla di stare fermo, e mi chiama nasone.>>
C'era una quantità abnorme di documenti su suo padre, sulla sua intera famiglia, come se le fotografie e i video fatti in casa potessero soppiantare quella realtà che invece svelavano.
Non sorride spesso in quelle foto. Non con gli occhi, almeno. Sembrava quasi che qualcuno gli avesse appiccicato una bocca sopra la sua, rigirando il broncio e trasformandolo in uno smagliante sorriso di circostanza.
La plastica al naso peggiorò quell'impressione: le sembianze di una pelle fatta di plastica e di qualcosa ultraterreno venneroaggravate.
A volte sembrava un alieno anche a me, a me che lo amavo così tanto.
Sua sorella era forse l'unica ad averlo mai capito davvero. Sebbene fosse nata dopo di lui si comportava come se fosse la sorella maggiore: lui era troppo fragile, troppo diverso, troppo sensibile per combattere le proprie battaglie.
Il giorno del suo funerale mi ha ringraziato. Credo che lo sappia, immagino che anche se non a parole glielo avesse detto, in qualche modo.
Le ha comunicato che se ne sarebbe andato. O che era già partito. Credo che le fosse bastato uno sguardo per saperlo.
La prima volta li ho incontrati insieme. Lei parlava con un gruppo di miei amici, lui era nascosto dietro la porta del bagno, osservando il tutto con occhi vigili dal piccolo spiraglio lasciato dalla porta aperta.
Come se si nascondesse da noi. Come se volesse partecipare ma non potesse.
<<Non potevo, infatti. Non capisci? Io ero nasone, lei era quella bella, lei era una donna. Lei vi avrebbe abbagliati e io sarei stato una sagoma scura che si muove dietro un flash insistente. Ed ero nasone, nasone, nasone.>>
Avrei voluto che non avesse mai ascoltato una parola, niente, di quello che usciva dalla bocca di suo padre.
Lo invitai ad uscire dal cesso, solo me e lui e lui mi portò nella loro cucina preparandomi un tè.
Non so perché lo fece: era una sua abitudine bere il tè, presa durante qualche anno che aveva passato in Inghilterra nella sua infanzia.
Quando sua sorella ci trovò in silenzio a sorseggiare dalle tazze ordinarie la bevanda calda sembrava più incredula che contenta di vedere il fratello fuori dal bagno.
<<Per lui il tè aveva un significato rituale. Non era una cortesia per gli ospiti, era più anche di una semplice abitudine... il tè lo portava ad un livello superiore da questa vita, lo rendeva pari agli altri perché... per prepararlo doveva concentrarsi su questa vita e non...>> me l'ha detto oggi, poi è scoppiata di nuovo in lacrime.
Oggi era il giorno del suo funerale.
Vorrei ricordarmi altre cose, vorrei poter scrivere la sua vita come se gli fossi sempre stato accanto, fedele testimone della sua esistenza.
Ma non è così.
Mi consideravo un buon amico per lui, una cara persona, il suo medico curante, ma nulla più.
Ora che ci penso, credo di sapere perché abbia chiesto a me di ucciderlo. Prima di tutto potevo farlo. E l'avrei fatto per lui.
Ora so che lo sapeva, so benissimo che sapeva cosa provavo in realtà per lui.
Questa strana forma d'amore che mi ha intristito il cuore alla sua dipartita e me l'ha rasserenato con un sollievo inaspettato, come se la sua sofferenza si fosse appoggiata a me lieve, delicata, silenziosa, senza che me ne accorgessi. Quella malinconia che lo deprimeva ogni giorno è stata sconfitta dalla morte con il sollievo di entrambi.
E di tutti quelli a cui lui aveva permesso di avvicinarglisi.
Scommetto che molte delle lacrime di oggi nascevano da questa sensazione liberatoria, così simile a quello che deve aver provato lui in punto di morte che ce l'ha fatto sentire ancora più vicino.
Paradossale. E tipico di lui. Allontanarsi per rendesi più nitido, per lasciarsi mettere a fuoco e per metterci a fuoco.
Ma era da troppo che la sua luce abbagliava noi, le nostre ombre per lui si erano rese troppo confuse.
La distanza era cresciuta troppo.
Il giorno in cui mi sono laureato in medicina si è strappato il braccialetto in acciaio chirurgico che attestava la sua allergia grave alla penicillina.
<<Ricordatelo>> mi ha detto <<Per favore>> ha imploranto.
E quel giorno quando mi ha chiesto di ucciderlo... lo sapevo. L'avevo capito. Mentre il mio ago trasferiva in lui un medicinale che guarì milioni di persone ma che uccise lui, lui mi h chiesto scusa.
<<Scusa>> prima di scivolare dal letto, inginocchiandosi nuovamente a terra grottescamente, come se stesse chiedendo nuovamente ammenda per dei peccati che sapevo non aveva mai commesso.
<<Scusa>> e non avevo bisogno di chiedergli per cosa. Me l'ha chiesto perchè sapeva di avermi sfruttato, di aver approfittato del mio amore per lui.
E mentre gli chiudevo gli occhi mentre anche le ultime contrazioni nervose sparivano mi sono sentito felice, perché nonostante non gli avessi mai confessato questo amore lui ne era cosciente. Mi aveva regalato i suoi ultimi istanti, l'unico vero momento che l'avrebbe reso uguale a tutti gli altri.
<<Ti amo>> ho sussurrato alla sua bara aperta prima di andarmene, sfiorando con un dito la curva plastica del suo naso freddo. <<Ti amo>>